Un giorno devi andare

A volte per trovare Dio bisogna perdersi e affrontare un viaggio senza la certezza della sua presenza. Rifiutare un dogma come lo è la preghiera e lasciare che il significato di ciò che ci circonda appaia libero da ogni precetto.

Augusta (Jasmine Trinca) decide di lasciarsi alle spalle la tragica perdita del figlio. Coglie l’occasione della partenza di Suor Franca, amica della madre in missione fra gli Indios dell’Amazzonia, per unirsi a lei e allontanarsi dall’assordante quiete del suo piccolo paese.
Una volta a destinazione le appare chiaro fin da subito che la sola distanza dalla madre e dagli affetti familiari non basta a colmare il vuoto che trascina dentro con sé. È da questa consapevolezza che ha inizio il suo vero viaggio: lasciata la missione della spedizione italiana, Augusta comprende che per cambiare le cose “devi andare dove le cose bisogna cambiarle”.

Come nei migliori concept sul viaggio, un doppio binario percorre la storia della protagonista: da una parte l’immergersi senza paura nella fragile quanto unita comunità della favela di Manaus, dall’altra il proprio cammino interiore, alla ricerca di una risposta al silenzio della sua fede. Ad ogni passo una scoperta, ad ogni sorriso una liberazione, Augusta entra in silenzio in quel microcosmo schiacciato dal capitalismo che avanza al di là del fiume, ne diventa parte, ne coglie i valori e lo fa suo fino al giorno in cui comprende che deve andare per compiere il suo percorso.

L’ottima regia di Giorgio Diritti ritrae la vita degli Indios con una commovente verità: i primi piani dei nativi come piccoli quadri espressivi, le ampie panoramiche sulla natura estrema che documentano l’umiltà e l’asprezza di quella terra, mentre restituiscono il (doppio) senso del viaggio della protagonista. Negli stacchi continui tra la viva esperienza di Augusta e la passiva contemplazione delle suore del piccolo monastero in Italia appare una critica senza giudizio, a sottolineare un diverso approccio alla fede e alla sua vera missione.

Nessun gioco di sensazioni questa volta, solo la certezza di aver visto uno dei migliori film dell’anno. Potente e vero come pochi.

 

Un film di Giorgio Diritti. Con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Sonia Gessner, Pia Engleberth, Amanda Fonseca Galvao. Durata 110 min. – Italia, Francia 2013 – Bim.

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Cloud Atlas

L’effetto mal di testa post cinema posso anche accettarlo. L’effetto mal di testa mentre si è al cinema un po meno. Soprattutto se questo è direttamente causato dal film che si sta vedendo. Bisogna dirlo: Claud Atlas, l’ultimo lavoro dei fratelli Wachowsky e Tom Tykwer, è peggio di un trapano elettrico piantato nel cranio. Eppure i presupposti per un masterpiece c’erano tutti: la consolidata cifra stilistica dei suddetti cineasti, un cast notevole (lasciatemi citare almeno il buon Tom Hanks e l’indiscutibile Hugo Weaving) ed un concept appassionante.

Cloud Atlas

Sei storie ambientate in sei epoche diverse che si intrecciano utilizzando gli stessi attori ma ogni volta in ruoli differenti. Il tema è la libertà (intellettuale, politica, civile, sessuale) ed ogni narrazione ne declina un aspetto finendo per creare un parallelo tra le vicende che riannodano le trame sotto un significato complessivo. Fin qui tutto ok, ma se l’intento appare chiaro la sua messa in pratica è tutt’altro che buona. Il fattaccio è questo: se nella prima mezz’ora si fa fatica a capire chi rappresenta cosa e perchè, il resto del film va in stallo già alla fine del primo tempo. La sceneggiatura non aiuta perchè più che intrecciare le vicende le contorce, disorientando ogni tentativo di riscostruirne il senso: i continui e rapidi salti temporali non fanno altro che alimentare le pulsazioni delle tempie (chiaro sintomo da sforzo mentale) e il pesante  sbuffare alle mie spalle da l’idea di un pubblico non proprio soddisfatto. Sperare in un finale risolutivo è inutile, ci si riduce invece al giochetto dell’ “indovina chi” sui titoli di coda, con gli attori smascherati per ogni ruolo interpretato.

Fate così, se decidete di vederlo munitevi di questa “utilissima” infografica (e di un’aspirina a portata di mano).

Infografica dei personaggi del film

Infografica dei personaggi del film

 

 

 

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“Flight”

Per raccontarvi dell’ultima fatica del regista Robert Zemeckis, Flight, utilizzerò le varie fasi della sudorazione della mia mano durante la visione del film.

Primo Tempo. Parto da una premessa: ho visto il trailer almeno quattro volte e di conseguenza sono già in ansia. Dategli un’occhiata per farvi un’idea.

Ecco, ora come me sapete già che lo straodinario Denzel Washington, qui nei panni del pilota di linea alcolizzato Whip Whitaker, sta per salire su un aereo che avrà presto qualche problemino di stabilità e a lui toccherà fare l’eroe con una manovra di atterraggio al limite dell’impossibile. Quanto a sudorazione, il primo tempo del film fa registrare una notevole attività; stesso identico effetto riscontrabile nel resto del pubblico presente in sala che, immedesimandosi nei passaggeri del volo, sta tenendosi per mano quasi fosse a bordo (e immaginado già la sensazione da “panico di rimando” non appena metteranno piede su un aereo).

Zemeckis mette in scena con maestria una delle paure collettive più diffuse, affidando la sorte di oltre cento persone nelle mani di un pilota che trascina con sè (anche sul lavoro) i nodi irrisolti di una vita che ha lasciato malamente alle spalle e con cui tornerà a fare i conti costretto dalla sorte. Incolepevole per l’incidente, infatti, Whitaker si scopre eroe incoronato dalla stampa che gli restituisce un attimo di paradiso, ma è solo un’illusione. Anzi, la sua vita privata finisce per implodere davanti al pubblico che scoprirà la sua dipendenza a seguito dell’inchiesta successiva all’incidente. E’ un ritratto spietato quello che che scorgiamo da questa prima parte del film: Whip ha rapporti occasionali, un fidato quanto inaffidabile amico pusher di nome Harling, una famiglia distrutta e una lucida coscienza del proprio fallimento quotidiano. Ma per lui è giunta la (provvidenziale?) resa dei conti. Primo tempo adrenalinico e ricco di premesse. Mi sfrego le mani (anche per asciugarle)  mentre tutti tirano un sospiro di sollievo: sono sopravvisuti all’impatto.

Da registrare una breve polemica del tizio al mio fianco che impreca contro il proiezionista reo di aver troncato il film su una scena di dialogo. La sala lo appoggia.

Secondo Tempo. Passata l’eccitazione per l’epico iniziale, Zemeckis rallenta i toni e ci conduce gradualmente dentro i personaggi. Il tasso di sudorazione è in netto calo, le spalle non premono più così tanto sul sedile, qualche temerario lascia la mano del prorpio compagno/a. La tizia del tizio al mio fianco inizia letteralmente a fare il tifo per Whip suggerendogli a gran voce di gettare via l’ennesima bottiglia di vodka (evidentemente per lei si trattava di cinema interattivo). Entriamo nel rifugio desolante del pilota, che è materiale (la casa di campagna ereditata dal padre) oltre che interiore. C’è un senso di solitudine che contrasta con quanto accade tutto intorno, con la stampa pronto a braccarlo per lanciarlo nel mondo delle star, mentre Whip prova a risalire la china da solo. Denzel Washington è abile nell’identificarsi con soggetti borderline. Nettamente in odore di oscar. La sala ora è commosa.

Sembra possa esserci redenzione nella vita del nostro eroe. L’ingresso in scena definitivo di Nicole, una tossicodipendete con cui intreccia la propria storia, crea una sorta di equlibrio tra i due che, seppur precario, li tiene a galla lasciando intravedere una speranza. Ma il processo per l’incidente incombe così come il senso di colpa che costringe Whip faccia a faccia con i suoi demoni, ancora. Qui torno pesantemente ad inumidire le mani: siamo nell’attimo della confessione pubblica del pilota. Zemeckis inchioda il protagonista e scuote la sua coscienza per condurlo definitivamente fuori dal tunnel. E noi con lui.

Fine. Sospirone, mi rilasso. E vado a lavarmi per bene le mani.

 

Ehi! Non perdetevi lo Storify con le reazioni del pubblico al film raccolte su Facebook e Twitter: http://storify.com/466251/flight-reazioni-dopo-il-volo

 

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Un’intervista a cinestesico.

 

Cos’è cinestetico?
Un blog sul cinema, ma non ne la maniera in cui lo immagini.
Che vuol dire?
Che non voglio limitarmi a commenti, recensioni, analisi dei film.
Cosa fai ne giri uno tu allora?
Magari, ma no. Vorrei poter coinvolgere direttamente gli spettatori di una sala, raccogliere le loro opinioni, le loro sensazioni, le loro reazioni fisiche alla visione di una pellicola per poi trasferirle qui come sincero metro di giudizio.
Mica facile…
Ma neanche impossibile. Voglio dire, se assumi un atteggiamento professionale magari la gente ti ascolta ed è disposta a condividere le proprie impressioni.
Ti manderanno a quel paese innumerevoli volte. Sappilo.
Sono disposto a correre il rischio.
A proposito di “ atteggiamento professionale”… di che professione parli? Il sondaggista?
Ma no! Sarei un giornalista.
Ah bene! Come nasce la tua presunta passione per il cinema?
Non so come nasce. Uno ama il cinema come può amare il tiramisù: lo assaggi una volta e poi ti piace, punto.
Mmm, certo. Sei sicuro di volerlo fare, si?
Guarda, di sicuro non c’è nulla.
Quanti soldi pensi di spendere per gli ingressi in sala?
Ecco, diciamo che posso entrare gratis e ho colto la palla al balzo per farne qualcosa di utile.
Cos’è, conosci il tipo alla biglietteria?
No, sempre per il fatto di essere giornalista.
Un po’ te ne approfitti.
È anche una questione di opportunità, lo ammetto.
Diciamo che starò a vedere cosa combini. Ma perché “cinestesico”?
Viene da “cinestesia”, la definizione del dizionario recita: “sensazione dei movimenti del proprio corpo e capacità di controllarli”. Perché il cinema è così che viene percepito qui, capace di produrre sussulti restituendo la sensazione dei movimenti del corpo che rendono tangibile l’esperienza visiva.
Ok, hai finito?
E va bene, mi piaceva la parola in sé. Sembra voler suggerire l’unione di cinema ed estetica. E poi si lega davvero a quello che vorrei raccogliere tra gli spettatori in sala.
Si, gli insulti.
Scriverò anche di quelli.
Auguri.
Grazie, vado a cominciare.

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